Difendiamo il vangelo della pace

Lascia un commento

4 aprile 2016 di Pino Martinez

Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 19 maggio 2013

“Chi si comporta così non è un essere umano, è simile alle bestie»: è tutto qui il testamento spirituale di padre Pino Puglisi, ammazzato dalla mafia il 15 settembre 1993 per il suo impegno a favore della legalità. E forse queste parole furono la goccia che fece traboccare il vaso. La mafia giudicata e condannata. Quella che si fa il segno della croce prima di andare ad ammazzare una persona. Altolà. Il vangelo della pace non c’entra niente con tutto questo. Sono giorni concitati per Pino (Giuseppe) Martinez, stretto collaboratore, ma soprattutto amico, di padre Pino Puglisi. La notizia della beatificazione sta facendo il giro del mondo e tutti lo interpellano, tutti vogliono un suo ricordo di 3P, così come gli amici chiamavano affettuosamente padre Pino. Pino Martinez e Pino Puglisi non hanno solo il nome in comune, hanno vissuto soprattutto una comunione di intenti. «Uscire dalla sacrestia e andare incontro alla gente. Ascoltarne le esigenze e poi interpellare le istituzioni. Al Brancaccio mancavano le scuole, il distretto sanitario, gli spazi per i ragazzi. Questo facevamo. Per far crescere il territorio, per dare un futuro ai figli, per insegnare loro che c’è una logica diversa da quella della mafia», racconta Martinez. Una condivisione che ha fatto sì che, anche dopo la morte di padre Puglisi, Martinez non si sia fermato. E come lui, altri amici – Mario, suor Carolina… -, lo zoccolo duro del Comitato Intercondominiale, il sodalizio Chiesa-cittadini contro la mafia, allora rappresentata dai fratelli Graviano. La morte di padre Puglisi fu uno spartiacque; qualcuno, scoraggiato, lasciò, ma la tenacia di altri permise che l’esperienza non venisse azzerata. «Il 29 giugno 1993 (due mesi e mezzo prima dell’omicidio), io e altri due componenti del Comitato Intercondominiale subimmo un grave atto intimidatorio, ci incendiarono le porte di casa. Avevamo paura, ma sentivamo che eravamo sulla strada giu-sta. Il Comitato stava diventando un punto di riferimento per la gente del quartiere, che non andava più dal padrino di turno a chiedere, come favore, ciò che spetta a ogni cittadino come diritto. Il seme era stato gettato. Ecco perché padre Pino è stato ammazzato, perché camminava con la gente onesta e ne sanciva l’autorevolezza. Perché chiosava dal pulpito che i veri cristiani devono dimostrare solidarietà a chi ha subito atti intimidatori. Era un uomo buono, allegro, scherzoso, ma fermo nei principi. Quando si insediò come parroco, abolì la festa del patrono, perché nel comitato promotore c’era gente in odor di mafia, e si te- neva ben lontano dalla politica, per non subirne i condizionamenti». Il solco profondo, che poneva da una parte il sodalizio Comitato Intercondominiale-padre Puglisi e, dall’altra, la mafia, in un territorio dove quest’ultima aveva regnato incontrastata per generazioni, era una novità che Cosa Nostra non poteva permet- tere. Così, dopo l’omelia in cui paragonava i mafiosi a delle bestie, padre Pino divenne un bersaglio. «Non avevo mai pensato – riprende Martinez – che la mafia potesse uccidere un prete; in Sicilia fino ad allora i sacerdoti erano intoccabili. Siccome avevo ricevuto minacce ancor prima dell’incendio della porta, mi ero fatto convinto di essere io la vittima predestinata. Ma agli inizi di settembre, mi accorsi che padre Pino era cambiato. Aveva spesso lo sguardo perso nel vuoto. Mi accompagnava a casa e non se ne andava finché non ero entrato. Proteggeva me, ma l’epilogo era ormai chiaro». Non ho di fronte Martinez, è all’altro capo della cornetta, eppure non mi riesce difficile immaginare i suoi occhi lucidi. «Quando ho visto la lettiga dell’ospedale con il corpo di padre Pino, ho pensato: “adesso è finito tutto”. In quel momento terribile, il senso di scoramento, di sfiducia, è prevalso. Però poi ho ripensato alle sue parole. Lui voleva che andassimo avanti. Padre Puglisi è morto per noi, si è esposto per salvare la vita a noi che “tenevamo famiglia”. Allora, ci ha pervaso una forza nuova, per continuare a portare avanti il suo messaggio. Non ci si può tirare indietro. Tutti abbiamo paura di fronte alla minaccia della morte, ma bisogna saperla dominare. Chi era padre Puglisi? Un prete normale. Chi eravamo noi? Degli eroi? No, dei semplici cittadini, che cercavano di far rispettare i propri diritti, la propria dignità».

Oggi, qual è la situazione?

«Oggi la mafia ha cambiato strategia. Chi ha ucciso Puglisi e anche quelli che hanno bruciato le porte, sono stati arrestati e condannati. Con Falcone e Borsellino si è inaugurata l’epoca del pentitismo, che ha dato alcuni frutti. Gli arresti sono quotidiani. Le figure istituzionali non vengono più colpite, i vari clan si fanno la guerra tra di loro. La mafia, insomma, ha assunto un profilo basso, ma non significa che è stata sconfitta. Dietro l’arresto di un mafioso, ce ne sono tantissimi pronti a prenderne il posto. La cultura mafiosa perdura, il marcio è dappertutto. Bisogna lavorare con i giovani, forse da questa generazione la speranza può ripartire».

Un suo ricordo privato di padre Puglisi.

«Mi sorprese, dicendomi che voleva essere il mio padre spirituale. Non ne avevo mai avuto uno. Fu per me un vero padre. Da quando è stato ucciso, non passa giorno senza che io pensi a lui».

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: